giovedì 3 novembre 2022

Vasilij Grossman - STALINGRADO

 






Autore: Vasilij Grossman

Titolo: Stalingrado

Titolo originale: Per una giusta causa

GenereNarrativa slava

Editore: Adelphi

CollanaBiblioteca Adelphi

Data di uscitaPrima pubblicazione:1952, da Adelphi 2022

Pagine884

Prezzo ediz. cartacea€ 26,60

E book Kindle: 19,99 €

AmbientazioneStalingrado (Russia)


Dal sito dell'Enciclopedia Italia Treccani:


"Scrittore russo, nato a Berdičev il 29 novembre (12 dicembre) 1905, morto a Mosca il 14 settembre 1964. Figlio di un chimico, G. compì studi fisico-matematici all'università di Mosca, e dal 1932 lavorò come ingegnere chimico nel bacino minerario del Donbass.
Alla vita dei minatori è dedicato il romanzo breve del suo esordio, Gljukauf ("Glückauf", 1934). Stabilitosi a Mosca, G. si dedicò interamente alla letteratura. Sono di questi anni i racconti: V gorode Berdičeve ("Nella città di Berdičev", 1934), su un episodio della guerra civile; Četyre dnja ("Quattro giorni"), Tovarìšč Fedor ("Compagno Fedor"), Kucharka ("La cuoca"), in cui G. descrive con sobrio realismo il coraggio del popolo all'epoca della lotta clandestina contro lo zarismo e durante la guerra civile, e un romanzo in quattro volumi, Stepan Kol'čugin (1937-40), il cui protagonista è seguito nel suo sviluppo da giovane operaio di un villaggio di minatori a bolscevico rivoluzionario.

Corrispondente dal fronte del giornale Krasnaja zvezda, G. ottenne grande popolarità con il romanzo breve Narod bessmerten ("Il popolo è immortale", 1942), primo grande affresco della guerra quale atto di eroismo di un intero popolo, raccontato liricamente. Da questo momento la riflessione sulla guerra e sul suo significato acquista un ruolo centrale nell'opera di G.: a esclusione di una pièce, Esli verit' pifagorejcam ("Se dobbiamo credere ai pitagorici"), scritta prima della guerra e pubblicata nel 1946, le sue opere hanno come nodo centrale la battaglia di Stalingrado.

Dagli schizzi del ciclo Stalingrad (1943) si passa a epopee di sempre maggior respiro. Si tratta di riflessioni dolenti, oneste, preoccupate: già Za pravoe delo ("Per una giusta causa"), concepito come prima parte di una dilogia e pubblicato nel 1952 sulla rivista Novyj Mir, dopo un'accoglienza calorosissima da parte della critica e soprattutto del pubblico, fu sottoposto nel 1953 a duri attacchi: gli eroi del romanzo non sono rappresentativi, ci sono più ebrei che russi, il ruolo del partito non è sottolineato abbastanza. La morte di Stalin impedisce che G. paghi un prezzo troppo alto per queste accuse: i detrattori si scusano, il romanzo è pubblicato in volume.

La sua crisi, morale e filosofica, si approfondì, esprimendosi nella seconda parte della dilogia, Žizn' i sud'ba (trad. it., Vita e destino, 1984), portata a termine nel 1960 e consegnata alla redazione della rivista Znamja; dopo un anno di silenzio il romanzo fu ''arrestato'' dal KGB: G., cui stranamente non si tolse lo status di autore classico sovietico, non sopravvisse al dolore, si ammalò e morì dopo aver scritto ancora qualche breve racconto e Dobro vam ("Salve!"), appunti relativi a un soggiorno di due mesi in Armenia pubblicati postumi a Erevan (1965; edizione integrale in Znamja, novembre 1988). Alla sua morte si trovò tra le sue carte un romanzo incompiuto, Vse tečet (trad. it., Tutto scorre, 1971), iniziato nel 1955, in cui il ritorno del protagonista da un lager siberiano offre lo spunto a riflessioni che, portando alle estreme conseguenze l'analisi intrapresa nella dilogia, giungono per la prima volta a mettere in discussione la figura stessa di Lenin. Dopo aver circolato nel samizdat, Vse tečet fu pubblicato a Francoforte nel 1970; in quanto a Žizn' i sud'ba, copie del manoscritto confiscato giunsero fortunosamente in Occidente, e il romanzo, uscito a Losanna nel 1980, è stato subito tradotto in molte lingue.

La prosa di G. è limpida e distesa: ricorrendo a tecniche quasi cinematografiche egli ''monta'' un romanzo dall'impianto classico, ricco di personaggi le cui storie s'intrecciano alla Storia, da Stalingrado ai lager siberiani, dai campi di concentramento nazisti alla provincia dello sfollamento. Ne risulta il quadro di un 20° secolo deformato dal tumore del totalitarismo, di un mondo di schiavi pronti a sterminare popoli interi in nome dell'idea, di nazione o di classe.Pubblicati entrambi sulla rivista Oktjabr' (Žizn' i sud'ba, 1-4, 1988; Vse tečet, 6, 1989), i romanzi hanno dato vita ad accese discussioni, ben attuali in un momento di generale riflessione sulla storia patria. Ma G. non accusa e non giudica: il suo ideale è quello di una bontà umile, una pietas verso tutte le creature che superi la razza, la fede, la classe e veda nell'uomo solo un uomo."






Recensioni

A Stalingrado i soldati russi furono eroici (ma di troppe cose non era permesso parlare)
Vasilij Grossman ripercorre come una cronaca in forma di romanzo i terribili mesi dell’invasione tedesca Rende il giusto omaggio ai caduti e irride Hitler e Mussolini attraverso corpi, paure, intime speranze. (Paolo di Paolo, La Stampa)

In molti ritengono che questo romanzo sia il Guerra e pace del Novecento, ma lo sguardo di Lev Tolstoj sul mondo era sintetico, solare, universale. Grossman appare invece analitico, tenebroso, lenticolare: passa da un episodio all'altro senza soluzione di continuità. Tutto è cambiato rispetto al grande modello ottocentesco: il cielo di Austerlitz evocato del maestro di Jàsnaja Poljana, in cui pareva ancora brillare un ritmo leggero, stendhaliano, pare diventato oscuro, tempestoso. È l'epoca dei lupi, per usare l'immagine di Osip Mandel'štam. A fare la parte di Kutuzov ci sono generali in stile Andrej Erëmenko, condottiero di "paludi e foreste", il quale però, imbeccato da Stalin, che gli ha ordinato di non fare alcun passo indietro, si rintana nella metropoli assediata trascinandoci dentro l'intera sesta armata tedesca guidata da Friedrich Wilhelm Ernst Paulus.
Consigliamo al lettore di affidarsi al flusso della narrazione, rinunciando alla pretesa di poterla dominare, come potrebbe fare un bambino nelle braccia di sua madre. Ne ricaverà un'esperienza etico-estetica di livello ben superiore a quelle che la letteratura contemporanea ci può consentire. Questo romanzo ridimensiona quelli che abbiamo letto sulla medesima battaglia: dalle Trincee di Stalingrado di Viktor Nekrasov all'Armata tradita di Heinrich Gerlach. (Eraldo Affinati, la Repubblica)

Trama (non viene mai svelato il finale)

Dal risvolto

"Quando Pëtr Vavilov, un giorno del 1942, vede la giovane postina attraversare la strada con un foglio in mano, puntando dritto verso casa sua, sente una stretta al cuore. Sa che l’esercito sta richiamando i riservisti. Il 29 aprile, a Salisburgo, nel loro ennesimo incontro Hitler e Mussolini lo hanno stabilito: il colpo da infliggere alla Russia dev’essere "immane, tremendo e definitivo». Vavilov guarda già con rimpianto alla sua isba e alla sua vita, pur durissima, e con angoscia al distacco dalla moglie e dai figli: «...sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive più o meno alte e frondose per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua». È il fiume della Storia, che sta per esondare e che travolgerà tutto e tutti: lui, Vavilov, la sua famiglia, e la famiglia degli Šapošnikov – raccolta in un appartamento a Stalingrado per quella che potrebbe essere la loro «ultima riunione» –, e gli altri indimenticabili personaggi di questo romanzo sconfinato, dove si respira l’aria delle grandi epopee

Giudizio personale

Forse è esagerato definire questo libro come il "Guerra e pace" del '900. Resta però il fatto che questo romanzo sconfinato, che ha dovuto attraversare molte modifiche per sfuggire alla censura, costituisce un esempio ben riuscito di sintesi tra le storie personali dei personaggi e la storia collettiva del grande dramma che ha attraversato la Russia durante l'eroica difesa di Stalingrado. Una Russia ben diversa da quella che attualmente sta manifestando il suo disprezzo per l'altrui indipendenza.
Il mio consiglio, data la mole del libro e la quantità di personaggi presenti, è quello di abbandonarsi al flusso narrativo senza perdersi a cercare di capire e ricordare: vedrete che la lettura risulterà accattivante ugualmente. Io, almeno, ho fatto così e mi riprometto di leggere, appena sarà possibile, il seguito di "Stalingrado", ossia " Vita e destino".


Stile
8/10
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Piacevolezza lettura
8/10
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Rappresentazione personaggi
9/10
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Trama
9/10
⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬜
Giudizio complessivo
8/10
⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬜⬜








Consiglio di lettura: sì.

giovedì 6 ottobre 2022

Elizabeth Strout - OH WILLIAM!

 




Autore: Elizabeth Strout

Titolo: Oh William!

Titolo originale: Oh William!

GenereNarrativa contemporanea

Editore: Einaudi

CollanaSupercoralli

Data di uscitaprima pubblicazione 19 ottobre 2021, da Einaudi 2022

Pagine184

Prezzo ediz. cartacea: 18,00 €

E book Kindle: 9,99 €

AmbientazioneNew York e Maine (USA)


Dal sito della casa editrice Einaudi

"Elizabeth Strout è nata nel Maine ma vive a New York. Ha pubblicato i suoi racconti su «The New Yorker» e molte altre riviste. In Italia ha pubblicato, per Fazi editore, tre romanzi, Amy e IsabelleResta con me e I ragazzi Burgess, e la raccolta di racconti Olive Kitteridge, con cui ha vinto il Premio Pulitzer (2009), il Premio Bancarella (2010) e il Premio Mondello (2012). Dalla stessa raccolta di racconti è stata tratta una serie tv, prodotta dalla Hbo. Per Einaudi ha pubblicato Mi chiamo Lucy Barton (2016 e 2017), Tutto è possibile (2017 e 2018) e Olive, ancora lei (2020 e 2021)."


Recensioni

Oh William! È un meraviglioso ritratto della provincia americana, ma è anche molto di più. È un abbraccio universale che racconta l’essenziale e lo fa – come ormai l’autrice ha da tempo abituato il lettore – in maniera eccezionale. (Connie Bandini, leggereacolori.com)

Ma forse la cosa più bella del personaggio letterario creato da Elizabeth Strout è la sua umanità: Lucy Barton è – e sarà sempre – una donna che non ha trovato tutte le risposte, che prima di tutto fatica a comprendere se stessa, il vero grande mistero di ognuno di noi. E allora le battute finali di questo romanzo illuminano come non mai la narrazione...
Siamo tutti un mistero, Lucy, grazie per avercelo ricordato. Forse saremo un poco più indulgenti adesso con noi stessi e con gli altri. (Debora Lambruschini, criticaletteraria.org)

"Oh William” è uno scritto di gran contenuto riflessivo, che conferma le capacità dell’autrice, che descrive e delinea un’altra fase della vita della protagonista che ha accompagnato le letture di molti conoscitori, ma è uno scritto che talvolta è un poco ridondante, che tende in parte ad arrovellarsi su se stesso. Questo per i fatti narrati, per l’età descritta, per lo stile narrativo volutamente scelto che è sempre elegante e ben strutturato ma che in questo caso finisce con l’essere anche ripetitivo tanto da rallentare la lettura e renderla a tratti più difficoltosa soprattutto nel ritmo che perde di intensità.
Nel complesso resta un buon titolo, uno scritto che approfondisce tematiche care alla romanziera, uno scritto che tocca corde intime e che non teme di mettersi a nudo. Perché alla fine ciascuno è un mistero, un mistero di se stesso, per se stesso e per il mondo di fuori. (qlibri)

Trama (senza spoilerare)

Da sito della casa editrice Einaudi

«Vorrei dire alcune cose sul mio primo marito, William», esordisce una Lucy Barton oggi sessantaquattrenne aprendo questo capitolo della sua storia, e nell'immediatezza del suo proposito s’intuisce il lavorio di riflessioni a lungo maturate. Sono passati decenni da quando Lucy, convalescente in un letto di ospedale, aspettava la visita delle sue bambine per mano al loro papà; decenni da che, con pochi vestiti in un sacco dell’immondizia, lasciava quel marito tante volte infedele e si trasferiva in una nuova identità. Oggi Lucy è un’autrice di successo, benché ancora si senta invisibile, con le figlie ormai adulte ha un rapporto vitale e premuroso, e da un anno piange la scomparsa del suo adorato secondo marito, David, un violoncellista della New York Philharmonic Orchestra, nato povero come lei. William di anni ne ha settantuno, è sposato con la sua terza moglie, Estelle, di ventidue anni più giovane, e la sua carriera di scienziato sembra agli sgoccioli. Tanta vita si è accumulata su quella che lui e Lucy avevano condiviso. Perché dunque William? Perché tornare a quell'uomo alto e soffuso d’autorità, con una faccia «sigillata in una simpatia impenetrabile» e un cognome tedesco ereditato dal padre prigioniero di guerra nel Maine? Corrente carsica che scorre silente per emergere in imprevedibili fiotti di senso e sentimento, questo matrimonio è ricostruito per ricordi apparentemente casuali – una vacanza di imbarazzi alle Cayman, una festa tra amici non riuscita, un viaggio di risate in macchina, un amaro caffè mattutino – ma capaci di illuminare i sentieri sicuri e i passi falsi di una vita coniugale, dove le piccole miserie e gli asti biliosi convivono con i segni di un’imperitura, ineludibile intimità. Così è William il primo che Lucy chiama quando viene a sapere della malattia di David; ed è a Lucy che William chiede di accompagnarlo in un viaggio nel Maine alla spaventosa scoperta delle proprie origini e di verità mai conosciute. «Oh William», torna a ripetere Lucy, e in quell'interiezione c’è un misto eloquente di esasperazione per le sue mancanze e tenerezza per le sue illusioni. Un sentimento caldo che si allarga in un abbraccio universale: «Ma quando penso Oh William!, non voglio dire anche Oh Lucy!? Non voglio dire Oh Tutti Quanti, Oh Ciascun Individuo di questo vasto mondo, visto che non ne conosciamo nessuno, a partire da noi stessi?»

Giudizio personale

Riconosco che la scrittura della Strout è illuminata da una cifra stilistica notevole e da un'eleganza pregevole. Le sue storie sono racconti di persone, di storie, di vissuti, di ricordi. Solo per questo i suoi libri meritano di essere letti. Detto questo, devo aggiungere che a me il libro non è piaciuto in modo particolare, perché mi sono perso tra il fili di una trama tenue e sono rimasto impigliato nella ragnatela di ricordi, di presente e di passato.


Stile
8/10
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Piacevolezza lettura
7/10
⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬜
Rappresentazione personaggi
7/10
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Trama
6/10
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Giudizio complessivo
7/10
⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬜







Consiglio di lettura: sì, per i motivi detti sopra.

giovedì 29 settembre 2022

Fëdor Dostoevskij - LE NOTTI BIANCHE

 







AutoreFëdor Dostoevskij

Titolo: Le notti bianche

Titolo originale: Белые ночи (Бѣлыя ночи nella grafia originale) (Belye Noči traslitterato)

GenereRacconto, Narrativa russa

Editore: San Paolo Edizioni

Collana: Biblioteca universale cristiana

Data di uscita: pubblicato la prima volta nel 1848, in questa edizione marzo 2020

Pagine144

Prezzo ediz. cartaceaBrossura  € 5,90

E book Kindle: 1,99 €

Ambientazione: Pietroburgo (Russia)

"Figlio di un medico, un aristocratico decaduto stravagante e dispotico, crebbe in un ambiente devoto e autoritario. Nel 1837 gli morì la madre, da tempo malata, e D. venne iscritto alla scuola del genio militare di Pietroburgo, istituto che frequentò controvoglia, essendo i suoi interessi già risolutamente indirizzati verso la letteratura (risalgono a quegli anni le sue prime letture importanti: Schiller, Balzac, Hugo, Hoffmann). Diplomatosi nel 1843, rinunciò alla carriera che il titolo gli apriva e, lottando con l’indigenza e con i disagi di una salute cagionevole, cominciò a scrivere: il suo primo libro, il romanzo Povera gente (1846), che ebbe gli elogi di critici come Belinskij e Nekrasov, rivela già l’attenzione pietosa di D. per la sofferenza dell’uomo socialmente degradato e insieme incompreso nella sua bontà. Nello stesso anno uscì il suo secondo romanzo, Il sosia, storia di uno sdoppiamento psichico per il quale il protagonista viene progressivamente travolto nell'incubo di un altro se stesso. Due anni dopo venne dato alle stampe Le notti bianche (1848), racconto insieme sentimentale e allucinato il cui personaggio principale è un giovane sognatore che si innamora di una fanciulla incontrata per caso. Nel 1849, per aver aderito a un circolo di intellettuali socialisti, D. venne condannato a morte con gli altri membri del gruppo; ma il giorno stesso dell’esecuzione giunse la «grazia» dello zar (si trattava infatti di un’atroce messinscena punitiva) e la condanna fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Quello che seguì fu per D. un periodo durissimo (cominciò tra l’altro a manifestarsi in lui l’epilessia) e lo scrittore lo rievocò con estrema intensità in un libro pubblicato qualche tempo dopo: Memorie da una casa di morti (1861-62). Altri quattro anni D. dovette trascorrere, arruolato come soldato semplice, a Semipalatinsk, prima di poter tornare (1858) a Pietroburgo. Nel 1857 si era sposato con una giovane donna, vedova con un figlio; nel 1859 videro la luce due altri suoi romanzi, Il villaggio di Stepancikovo e Il sogno dello zio, opere in cui si intrecciano umorismo grottesco e critica di costume. Nel 1861 D. cominciò la propria attività giornalistica (collaborando anzitutto alla rivista del fratello Michail «Il Tempo», presto soppressa dalle autorità) e nel 1862 pubblicò il romanzo Umiliati e offesi, sofferta indagine sulle virtualità dell’anima umana, così spesso soffocate o tradite. Nel 1864 gli morirono moglie e figlio. Nello stesso anno, sommerso dai debiti, fondò il periodico «Epoca», che ebbe però vita sfortunata e breve; nel 1865 diede alle stampe Memorie dal sottosuolo, storia della fallita redenzione di una prostituta e tormentosa disamina dell’inconscio e dell’insufficienza dell’intelletto a penetrare (e giustificare) se stessi e il prossimo. Nel 1866 apparve Delitto e castigo, che si chiude col pentimento e l’espiazione del protagonista, accortosi della disumanità della propria astratta morale di «individuo superiore». Nel 1867 D. sposò la propria stenografa, Anna Snitkina e pubblicò Il giocatore, un romanzo parzialmente autobiografico il cui «eroe» è un uomo travolto dalla passione della roulette; poi, perseguitato dai creditori, lasciò con la moglie la Russia, viaggiando in Germania, Francia, Svizzera, Italia. Visse all'estero circa cinque anni e in quel periodo scrisse L’idiota (pubblicato nel 1868-69), storia della sconfitta di un uomo «assolutamente buono». Tornato in Russia, pubblicò nel 1873 I demoni, un romanzo centrato sulla problematica del nichilismo, dell’atto gratuito e dell’assenza di Dio. Nello stesso 1873 D. iniziò, sul periodico reazionario «Il Cittadino», la pubblicazione del Diario di uno scrittore, che poi, a partire dal 1876 e fino al 1881, apparve come rivista a sé stante. Questo Diario includeva oltre che articoli di critica letteraria, di morale, di polemica sociale ecc., anche dei racconti, tra i quali meritano particolare menzione Il fanciullo presso Gesù (1876) e La mite (1877). Nel 1875 apparve L’adolescente, ritratto di un giovane che vince la propria solitudine e il proprio astio nei confronti del prossimo abbracciando gli ideali di un mistico populismo cristiano. Nel 1879-80 vide la luce l’ultimo romanzo di D., I fratelli Karamazov, in cui si contrappongono l’odio tra padre e figli e la purezza e la fede di una creatura innocente. Lo scrittore era ormai famoso quando, repentinamente, fu colto dalla morte."

Fonte: Enciclopedia della Letteratura, Garzanti 2007.




Recensioni

La storia d’amore “incompleta” tra un solitario e una giovanissima che si incontrano per caso e si rivedono per poche volte durante le lunghe notti d’estate di San Pietroburgo. Lei attende un uomo che ha amato: gli ha mandato una lettera, ma lui non arriva. Lo sconosciuto le offre il suo aiuto, ne attenua le pene e intanto se ne innamora. In assenza dell’innamorato, lei pare ricambiare l’uomo. Ma il giovane tanto atteso arriva. Dolore e disillusione per l’uomo. Ma anche: «Un intero attimo di beatitudine! È forse poco, sia pure per tutta la vita di un uomo?».
Celebre romanzo di Fedor Dostoevskij, «Le notti bianche»... è un testo più volte adattato da cinema e teatro. Visconti vi aveva costruito un film bellissimo e struggente, ambientato in una Livorno innevata, con Marcello Mastroianni e Maria Schell, che ha condizionato certamente l’immaginario nel nostro Paese, forse più conosciuto del romanzo stesso. (Adriana Marmiroli, La Stampa)

Tra la nostalgia per quello che non abbiamo mai vissuto e la malinconia per le occasioni sprecate, trascorriamo quattro notti lunghissime con la voce narrante. Solo quattro notti possono cambiare una vita separata come quella del sognatore? La risposta rimarrà un’incognita ma a essere cambiata – anche solo un tantino – è la vita di ogni lettore dopo l’incontro con questo libro. (Ilenia Zodiaco, illibraio.it)

“Le notti bianche” è un piccolo grande capolavoro di Dostoevskij . In assoluto uno dei suoi romanzi più belli. È un libro sulla solitudine, sulla necessità di comunicare, sulla voglia e il bisogno di amare, ma anche sulle proprie paure, sul timore di lasciare le proprie abitudini per quanto banali e odiose possano essere. È un libro sull'amore soffocato, ma anche sulla felicità impareggiabile donata da un incontro. Sulla gioia che può scaturire anche da una serie di parole regalate a noi stessi. Parole per noi soli e per nessun altro. È commovente e dolcissimo il camminare per Pietroburgo di questo sognatore. E a seguire i suoi passi si rischia di tremare... Si trema tanto, per la dolcezza. (Lucia Dell’Omo, sololibri.net )

Trama (senza spoilerare)
Da wuz.it
"ll protagonista è un sognatore, un uomo isolato dalla realtà e incapace di intrattenere qualsiasi rapporto di amicizia. Nel corso di una passeggiata notturna incontra, sul lungofiume, una ragazza. Il suo nome è Nasten'ka, ha diciassette anni e viene colpita dal carattere timido e impacciato di lui. L'uomo inizialmente prova solo simpatia per la ragazza, ben presto però il sentimento si trasforma e prende corpo.
Il racconto si articola in quattro notti, nel corso delle quali i due si aprono l'uno all'altra. Il protagonista si mette a nudo, emergono il suo distacco dalla realtà e il suo mondo di fantasie, mentre lei trova in lui un ascoltatore che le permette di sfogare le proprie infelicità private. Ella racconta che vive sotto il controllo di una nonna anziana e dispotica, una donna completamente cieca che esercita su di lei un controllo ossessivo, arrivando addirittura ad appuntare il proprio vestito a quello della ragazza con uno spillo. Nasten'ka sta aspettando ormai da un anno il suo innamorato, un inquilino della nonna che, dopo la sua dichiarazione d'amore, le aveva chiesto un anno di attesa, un anno nel quale avrebbe cercato di trovare un rimedio alla povertà, senza poterle prometterle nulla.
L'anno passa, e Nasten'ka invia una lettera al ragazzo fissando un incontro per la notte. Ma l'incontro non avrà luogo. Quindi si ripromette di dimenticarlo, ma non riesce nell'intento, e anche in lei sembra fiorire lo stesso sentimento provato dal sognatore. La situazione però cambia all'improvviso, quando l'uomo, che non aveva dimenticato Nasten'ka, si reca all'appuntamento, la quarta notte. La ragazza si getta fra le sue braccia, e il protagonista comprende all'improvviso che quello che ha vissuto era poco più di una illusione. Scivolerà nuovamente nel suo rifugio interiore, nella solitudine dei sogni.

Giudizio personale

Un racconto breve, consigliato dunque a chi vuole avvicinarsi a Dostoevskij ma è spaventato dalla lunghezza delle sue opere. Breve è anche l'arco temporale della vicenda narrata, che dura quattro notti ed un mattino. L'opera deve il suo nome al periodo dell'anno noto col nome di "notti bianche", in cui nella Russia del nord, e quindi anche nella zona di San Pietroburgo, il sole tramonta dopo le 22.
La trama è semplice, potremmo definire il racconto come una "fantasia sentimentale" ma, nonostante la brevità il racconto è pieno di introspezione e malinconia e contiene, allo stato nascente, i grandi temi che saranno sviluppati da Dostoevskij nei suoi grandi romanzi successivi.

Stile
8/10
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Piacevolezza lettura
7/10
⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬜⬜
Rappresentazione personaggi
9/10
⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬛⬜
Trama
6/10
⬛⬛⬛⬛⬜⬜⬜⬜
Giudizio complessivo
7/10
⬛⬛⬛⬛⬜⬜⬜








Consiglio di lettura: sì